La verità è che sono abbastanza prevenuto verso il fantasy italiano. Che sia chiaro fin da subito, insomma, che qualsiasi cosa propini questo mercato l’ho sempre preso con le pinze. Sono però di mentalità abbastanza aperta e sono pronto ad ammettere senza alcuna remora quando un prodotto vale la pena di essere letto (e pagato).
Questo discorso non vale per Licia Troisi.
Licia Troisi rappresenta per il sottoscritto quello che detto in parole spicciole noi lettori non ci meritiamo. Non perché il suo sia un cattivo fantasy, nonostante mi abbia personalmente dichiarato in una convention di alcuni anni fa di non aver mai letto fantasy (Signore degli Anelli a parte), ed allo stato dei fatti non riesco a capacitarmi come si possa scrivere di un genere che non si conosce. Quella di Licia Troisi è cattiva scrittura. Anzi, scrittura è un termine troppo nobile per essere usato in questa circostanza: questa recensione, scritta da un banale diplomato al liceo artistico, è cattiva scrittura. Licia Troisi è analfabeta.
Il Mondo Emerso
Diverso tempo fa mi capitò di trovarmi tra le mani le Cronache del Mondo Emerso. Non voglio soffermarmi a recensire questo libro, perché non è nel mio interesse farlo, ne sarebbe soddisfacente per il sottoscritto mettersi ad analizzare un libro a distanza di così tanti anni dalla sua uscita e su cui, nel bene o nel male, già si è detto fin troppo. E’ però necessario, prima di entrare nel cuore di questa analisi, sottolineare alcune peculiarità di quest’opera.
Le Cronache hanno rappresentato, a tutti gli effetti, un successo editoriale che ha cambiato senza ombra di dubbio il mercato della letteratura fantastica italiana. Che si tratti di 600.000 copie vendute o 6 milioni, sta di fatto che la stessa casa editrice si è trovata impreparata a gestire un tale exploit di vendite, spingendo la concorrenza a percorrere lo stesso sentiero intrapreso da Mondadori, nel ricercare il giovane autore emergente che potesse rappresentare l’alternativa a Licia.
Prendiamo atto quindi del fatto che se ora ci ritroviamo le vetrine delle librerie piene di autori cani e incompetenti, in fondo è anche colpa nostra che per primi abbiamo comprato il Mondo Emerso. Mi duole dirlo (o forse no) ma qua non stiamo parlando di un successo meritato, ma di una scrittrice incapace che qualsiasi editore dotato di buon senso si sarebbe dovuto ben guardare dal pubblicare.
La Troisi non si informa su ciò che scrive, si contraddice continuamente, ricade in bambineschi cliché e Deus ex machina perché evidentemente nemmeno la sua fantasia è più di tanto sviluppata. Ma soprattutto si pulisce il culo con la regola fondamentale della narrativa, vale a dire quello standard linguistico ormai alla base della tecnica di scrittura che autori ben più importanti di lei hanno definito negli ultimi due secoli: la Troisi non mostra, ma riassume.
Un successo, un perche’
A cosa è dovuto quindi il successo di Licia Troisi?
- A l’aver sfruttato l’onda della moda scatenata dal fantasy su grande schermo come il Signore degli Anelli, Harry Potter, Twilight e il TG4;
- ad essersi rivolta a un pubblico di minorati mentali incapaci di avanzare critiche verso la sua capacità di scrittura avendo letto precedentemente solo qualche libro di Moccia;
- l’avere una copertina figa e coloratissima adatta più ad attirare una gazza piuttosto che un lettore datato;
-il dar vita ad una serie di personaggi “vuoti” e “banali”, in modo che qualsiasi esponente delle nuove generazioni, cresciuto a pane e De Filippi, potesse identificarsi con essi.
E i bravi scrittori, quelli che hanno fatto gavetta e concorsi, quelli che prima di pubblicare il loro primo libro lo hanno fatto passare tra le mani di decine di editor, si chiedono se in realtà non abbiano sbagliato mestiere, oppure, cosa più probabile, se non sia il caso di cominciare a scrivere di merda anche loro, perché a quanto pare è questa la strada da seguire. In quest’ottica la Troisi rappresenta un danno per il genere incalcolabile, soprattutto in Italia dove, seppur il successo di Mondo Emerso sia innegabile, il fantasy rimane comunque una lettura di nicchia rilegata a una fetta ristretta di pubblico.
La ragazza drago
Ma perché questa lunga premessa? Perché per errore ho scommesso con una amica che avrei letto La ragazza drago, la nuova, entusiasmante, fantastica saga scritta da Licia Troisi. Scommessa persa (se stai leggendo, ti offrirò una birra), più per autodifesa che per reale interesse nel portare a termine questa missione. La ragazza drago è ciò che di peggio abbia mai letto in anni di lettura compulsiva di qualsiasi uscita fantastica. La Troisi pare non aver imparato nulla dai suoi precedenti lavori e anzi, forse proprio la sicurezza di essere comunque pubblicata l’ha spinta a tentare nuove strade nel profondo abisso delle cagate.
La Ragazza Drago è una martellata sullo scroto: il martello in questione è quello di Thor.
Partiamo dunque nell’analisi di questo testo, facendolo dalla storia. Le vicende narrate sono quelle di Sofia, la cui vita scorre priva di qualsiasi nota di interesse all’interno dell’orfanatrofio in cui vive (condizione che dovrebbe aggiungere una nota triste a questo personaggio, ma dopo qualche pagina vi renderete conto che l’avreste abbandonata anche voi, se fosse stati i suoi genitori). La sola breccia nella routine quotidiana della povera orfanella sono degli strani sogni in cui immagina di vivere all’interno di una città volante. Si scoprirà poi che Sofia è in realtà un drago, o qualcosa che ha a che fare con i draghi. Il punto è che non lo so: non sono riuscito a leggere tutto il libro. In realtà non sono andato oltre pagina dieci. Che cazzo di recensione vuoi fare, mi direte voi? Statemi a sentire: già dopo dieci pagine di lettura avevo abbozzato altrettante pagine di critica al testo, più che sufficienti per una analisi letteraria piuttosto accurata e per preservare la mia sanità mentale.
Il Prologo
Già nel prologo la Troisi si lancia sin dalla prima riga in virtuosismi di sonora cagnaggine.
L’ultimo ruggito di Thuban scosse la terra fin nelle viscere. Un bagliore accecante avvolse i rami rinsecchiti dell’Albero del Mondo, e tutto fu luce e frastuono.
Lung si rannicchiò su se stesso e si coprì le orecchie con il palmo delle mani. Tremava, perché sapeva che quel boato avrebbe spazzato via ogni cosa.
Invece quando l’urlo si spense, anche il terreno smise di tremare. Il ragazzo riaprì lentamente gli occhi e scorse tra la polvere del campo di battaglia le mura e i pinnacoli di marmo della città. Draconia era ancora lì, e rifulgeva di un bianco abbacinante sullo sfondo di un cielo plumbeo e carico di pioggia. Non c’era più alcun suono, come se il mondo intero fosse in attesa di un segno.
Aveva guardato inorridito i corpi di Thuban e di Nidhoggr contorcersi nella violenza della lotta, e aveva visto appassire l’Albero del Mondo a ogni attacco, perdendo a uno a uno i suoi frutti. Non era stato capace di intervenire, paralizzato dalla paura che da un momento all’altro la terra potesse spaccarsi sotto i colpi violenti di quei due corpi immensi. Aveva pregato che lo scontro finisse e che Thuban avesse la meglio prima che fosse troppo tardi.
Il silenzio irreale che gravava in quel momento, però, gli parve ancora più terribile. Lung aveva un brutto presentimento, e alla fine decise di sporgersi dal suo nascondiglio per vedere cosa fosse successo. Nidhoggr era scomparso. Soltanto Thuban si ergeva ancora imponente sul terreno. Le sue enormi ali membranose erano stracciate, e il sangue scendeva co-pioso lungo il verde delle squame.
Qualcuno sa dirmi cosa diamine sta succedendo? Sono convinto che nemmeno nella mente della Troisi questa scena sia chiara, segno evidente che non solo questo libro non è mai stato letto da un editor (si sa che gli editor costano, soprattutto se ti chiami Mondadori e devi presentare il maggior guadagno possibile a fine mese per tenere alte le azioni dei tuoi investitori), ma nemmeno dall’autrice stessa!
“Un bagliore accecante avvolse i rami rinsecchiti dell’Albero del Mondo, e tutto fu luce e frastuono.”
Cos’è quest’Albero del Mondo? Posso solo immaginare che sia un riferimento allo Yggdrasil della mitologia norrena, ma per qualcun altro potrebbe essere, chessò, un bonsai. Non ci è dato saperlo, è l’Albero del Mondo e basta, non ha un aspetto definito, come non è definito cosa sia il “tutto” che “fu luce e frastuono”.
Più avanti si parla di un campo di battaglia, ma anche qui di descrizione non vi è traccia.
Come al solito la Troisi non mostra: evidentemente non è proprio nel suo stile. In compenso racconta un riassunto di quello che dovrebbe succedere nella storia. Se con la fantasia provassimo a immagine il campo di battaglia della Guerra di Troia e quello dello Sbarco in Normandia, noteremmo che stiamo parlando di due cose nettamente diverse. Per la Troisi invece il termine è assoluto: un campo di battaglia è un campo di battaglia e basta.
Aggettivi come se piovesse
Pur carente nelle descrizioni, l’autrice riesce però a sperperare aggettivi in maniera massiccia e totalmente inutile ai fini della narrazione.
Inutili perché scrivere
“Aveva guardato inorridito i corpi di Thuban e di Nidhoggr contorcersi nella violenza della lotta”,
e scrivere
“Aveva guardato i corpi di Thuban e di Nidhoggr contorcersi nella lotta”,
è esattamente la stessa cosa.
Sono riempitivi che non danno enfasi al testo, non lo rendono più poetico. Questa è una caratteristica abbastanza comune in tutti gli scrittori italiani, non solo la Troisi. E’ come se avere un vocabolario di tante parole ci costringesse a non tralasciarne nessuna. Se leggete un libro in inglese, lingua che possiede molti meno termini rispetto all’italiano, noterete che la mancanza di questo pot pourri di aggettivi non disturba affatto la narrazione, anzi la rende più chiara ed immediata. Che poi… la “violenza della lotta”? Ma stiamo scherzando? è come dire “il giovane ragazzo” (ebbene si, più avanti troveremo anche questo).
Il peggio succede quando questa abbondanza di parole riesce a far perdere di credibilità all’intera frase.
«Mio Signore, come vi sentite?» urlò con voce tremante.
Un sussurro può essere tremante. Un balbettio sicuramente. Ma provate a urlare con voce tremante. No, sul serio, provateci. Io l’ho fatto e sono giunto alla conclusione che il protagonista di questa scena è Slot dei Goonies.
Quante voci narranti?
«Ce l’ho fatta, l’ho battuto…» mormorò con appena un filo di voce.
Il ragazzo stentò quasi a riconoscerla, tanto era bassa e sottile. «Non sprecate le forze, mio Signore, lasciate prima che vi curi!» si affrettò a dire, appoggiando una mano sulla cresta coriacea del drago. Con lo sguardo ne percorse il corpo, e a ogni ferita sentì lo sconforto annebbiargli la mente. Era grave, ma forse c’era ancora speranza. L’avrebbe salvato, e tutto sarebbe tornato come prima.
«Ascoltami bene, Lung, perché non mi rimane molto tempo. Nidhoggr non è stato sconfitto completamente. Sono riuscito solo a imprigionarlo qui sotto, sul fondo di questa piana. Ho impiegato tutto il mio potere per farlo, e per me ormai è arrivata la fine.»
No. Stava mentendo. Non poteva essere così, non dopo tutto quello che era successo. «Voi dovete ridare vita all’Albero del Mondo e ritrovarne i frutti dispersi! C’è ancora così tanto che dovete insegnarmi, e io…»
«Lung» riprese Thuban «il tempo dei draghi è finito. Ora sta a voi umani continuare. L’Albero del Mondo non è morto, Nidhoggr non è riuscito a distruggerlo. Questa non è la fine, ma solo l’inizio…»
Furono quelle parole a dare a Lung l’esatta dimensione di ciò che stava accadendo. Il mondo, per come l’aveva conosciuto fino a quel momento, stava per scomparire, e il suo Signore non sarebbe più stato al suo fianco. Le lacrime cominciarono a scorrergli sulle guance contro la sua volontà.
Thuban chiuse per un attimo gli occhi, poi con un ultimo sforzo riprese a parlare. «Nidhoggr non può nuocere a nessuno per ora, ma un giorno si risveglierà e verrà il momento di combattere. Dovrete essere pronti a tutto, anche a dare la vostra vita.»
«Non ce la potremo mai fare senza di voi! Senza draghi, Nidhoggr e le
altre viverne avranno la meglio.»
«Ti sbagli. Noi draghi saremo sempre al vostro fianco. Alcuni hanno già trovato un corpo in cui riposare in attesa del giorno in cui Nidhoggr romperà il sigillo e si sveglierà.»
Lung ricordò i vecchi insegnamenti che Thuban gli aveva impartito tempo addietro, quando lui era ancora un bambino e si conoscevano da poco.
Alcuni di noi prima di morire possono scegliere di infondere la loro anima in un umano. Nei vostri corpi dimoriamo addormentati, fino a quan-do non ritroviamo la forza per emergere e manifestarci.
Ecco qual era la cosa giusta da fare, pensò il ragazzo incrociando lo sguardo del drago.
«Già quattro di noi non sono morti invano, Lung. Si sono fusi con i corpi di quattro uomini e attendono il risveglio.»
Il ragazzo si asciugò le lacrime e guardò Thuban con determinazione. «Prendete me. Prendete il mio corpo e vivete.»
Il drago inclinò il muso verso di lui, rimanendo in silenzio.
«Mi ami così tanto?»
«Vi amo più di ogni altra cosa.»
«Se mi accetti dentro di te, consegnerai ai tuoi eredi un pesante fardello. Il mio spirito passerà ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli, e quando sarà l’ora della lotta finale e io mi risveglierò, dovranno lottare assieme a me contro Nidhoggr, lo capisci?»
«Voi draghi avete lottato a lungo per noi e per questo mondo, non sta ora a noi fare la nostra parte?» disse Lung con orgoglio. «Io sono fiero di poter dare alla mia discendenza questo dono.»
Thuban chiuse gli occhi e sospirò. «Se questa è la tua volontà, allora poggia la tua mano su di me.»
Dapprima avvertì sotto la mano un tepore che sapeva di casa e di affetto. Poi quel calore si irradiò lentamente lungo il braccio, fino al cuore, e quindi a tutte le membra, e Lung si sentì come mai prima di allora. Era pacificato, e in un attimo credette di aver capito ogni cosa.
«Grazie di tutto, figlio mio. Se molti uomini saranno come te, in futuro, per questo mondo ci sarà ancora speranza.»
Quelle parole giunsero alle sue orecchie distanti e rotte. Lung aprì la bocca per parlare, ma un gelo improvviso lo costrinse a staccare la mano dalla gemma. Spalancò gli occhi, e quel che vide fu soltanto un corpo senza vita. Il verde brillante delle squame era diventato opaco e smorto. Non c’era più alcuna espressione in quello sguardo, e l’immagine della potenza di Thuban così annientata, vuota e sopraffatta lo devastò.
Allungò le braccia per stringerlo ancora, ma a poco a poco lo vide di-sfarsi sotto le sue mani, come fumo che dirada nell’aria. Così scompariva il mondo dei draghi, dissolvendosi come nebbia a mezzogiorno.
Lung si trovò a stringere il nulla, e allora lasciò che il pianto trovasse la via. Dapprima fu soltanto un gemito sommesso, poi un grido rabbioso lan-ciato contro il cielo gonfio di pioggia. Era disperato.
Cercò l’amico nel fondo del proprio spirito, ma trovò soltanto il silenzio più assoluto. Dov’era Thuban? Era davvero in lui, ora?
Chiudiamo un occhio sul fatto che l’italico, o corsivo, in scrittura si usa per evidenziare i nomi propri di opere e pubblicazioni (Es. La Divina Commedia o Il Partenone), i termini scientifici, tecnici e i termini stranieri, mentre il prologo di questo libro è scritto unicamente in corsivo.
In letteratura esistono diverse tipologie di narratori. Vi è il narratore onnisciente, che conosce presente, passato e futuro di tutto e tutti all’interno della storia; il narratore esterno che si limita a descrivere l’azione come se lui stesso la vivesse per la prima volta. Vi è poi il narratore in prima persona.
Queste figure sono strettamente legate al concetto di diegesi.
Diegetico è tutto ciò che è parte “del mondo” in cui la storia si ambienta. Se durante il duello tra i due draghi, Hitler conquistasse Parigi, sarebbe comunque parte della diegesi, dato che questo è ciò che accade nell’universo della storia, seppur sia un avvenimento scollegato dalla scena.
Ultradiegetico è invece qualsiasi intervento proveniente dall’esterno. In tal caso per esterno intendiamo l’Universo del narratore, quindi anche quello del lettore.
Un commento pronunciato dalla voce dello scrittore, ad esempio, è ultradiegetico, essendo un punto di vista proveniente da qualcuno che non vive nel mondo narrato. Momenti di narrazione ultradiegetica vanno bene nella commedia o nel genere satirico, essendo adatti a mettere l’accento su situazioni di comicità. Nella narrazione fantastica può andar bene “una tantum”, ma se ne dovrebbe abusare il meno possibile.
Nel caso della Troisi il narratore è schizofrenico. Salta da un punto di vista a un altro, da diegetico ad ultradiegetico nel giro di un paragrafo. Capirci qualcosa diventa davvero difficile.
Narratore esterno:
Con lo sguardo ne percorse il corpo, e a ogni ferita sentì lo sconforto annebbiargli la mente.
Narratore onniscente:
Era grave, ma forse c’era ancora speranza. L’avrebbe salvato, e tutto sarebbe tornato come prima.
Narratore in prima persona:
No. Stava mentendo. Non poteva essere così, non dopo tutto quello che era successo.
Intervento ultradiegetico:
Dov’era Thuban? Era davvero in lui, ora?
Notare inoltre che Thuban chiede a Lung di posare la propria mano su di lui per trasmettergli la propria anima, ma rileggendo il testo ci accorgeremo che Lung ha già la mano posata sul drago da qualche paragrafo!
- «Non sprecate le forze, mio Signore, lasciate prima che vi curi!» si affrettò a dire, appoggiando una mano sulla cresta coriacea del drago.
- Thuban chiuse gli occhi e sospirò. «Se questa è la tua volontà, allora poggia la tua mano su di me.»
Thuban è rincoglionito o la Troisi? Non ci è dato saperlo.
Le figure retoriche
Le figure retoriche sono particolari espressioni del discorso che riescono ad arricchirlo e a variegarlo, ma la troisi ne fa un uso talmente spasmodico ed isterico da far perdere loro qualsiasi utilità (evidentemente piacciono tanto al signor Mondadori, altrimenti perché pubblicare certa monnezza?)
- tutto fu luce e frastuono.
– come se il mondo intero fosse in attesa di un segno.
– Negli occhi di Thuban brillò un lampo di trionfo.
– Il ragazzo sentì le lacrime salirgli in gola.
– un tepore che sapeva di casa e di affetto.
– lo vide disfarsi sotto le sue mani, come fumo che dirada nell’aria.
– Tutto lo spazio fu pieno del fragore della roccia,
– Era una visione che faceva tremare il cuore.
E siamo solo a pagina tre. Come ho già detto, le figure retoriche arricchiscono il discorso, se vengono usate bene. Quando però il testo viene saturato da quest’ultime, non si ottiene alcun effetto se non quello di snaturare la voce narrante, essendo frasi fatte, modi di dire, insomma, figure preconfezionate.
Prendiamo ad esempio una canzone rap. Nel 99.9% dei casi, le basi musicali delle canzoni rap sono campionamenti di altre canzoni messi in loop. Se dunque si toglie il parlato ad una canzone rap, otteniamo soltanto un pezzo di una canzone altrui ripetuto all’infinito. Ora, comprereste voi la versione karaoke di un disco rap? Buttereste i soldi per un libro della Troisi? La risposta è semplice. Per carità, qualcuno potrebbe avanzare il fatto che anche Manzoni ne abbia fatto largo uso. Verissimo, di fatto i Promessi Sposi è un romanzo importantissimo per altri fattori, ma non per la sua scrittura. Lo stile di Manzoni andava bene, anzi benissimo, per la sua epoca. Nel frattempo però, la linguistica ha fatto passi da gigante. La tecnica narrativa di Manzoni, oggi, è cacca.
Il Primo Capitolo
Il primo capitolo si limita a narrare le vicende di Sofia, la protagonista ritardata che vive in orfanotrofio, per la quale il destino ha deciso una esistenza da sfigata. Purtroppo lo stile narrativo non migliora, anzi, la Troisi sembra avere un attaccamento morboso al suo livello scadente. Merita di esser citato solo un passaggio:
«E allora, Sofia! Sempre a far danni.» Giovanna era comparsa dal nulla armata di scopa.
«Ma non è colpa mia!»
«Già, non è mai colpa tua, eppure sei sempre in mezzo quando c’è qual-che guaio.»
«Io…» Le parole le morirono sulle labbra. Non aveva senso protestare la propria innocenza. Quando si era insignificanti come lei, era normale esse-re vessati di continuo.
Eccolo qua, un altro momento ultradiagetico. La scrittrice dichiara in maniera insindacabile che la sua protagonista è insignificante. Non “appare” insignicante, non “ha un aspetto” insignificante: E’, senza possibilità di rettifica, insignificante per decreto.
Ora, per quale motivo io, lettore pagante, dovrei continuare a leggere questo libro quando tu stessa autrice mi hai comunicato che la protagonista è insignificante? Di persone insignificanti ne è già colma in abbondanza la vita reale, quindi perché dovrei ricercare questa qualità nella protagonista di un libro?
Ovviamente, non c’è alcun buon motivo plausibile per farlo, a meno che io non sia masochista. Dunque, posso chiudere qui la mia esperienza con La ragazza Drago di Licia Troisi e buttarmi su qualcosa di meglio.



Sono un giovane graphic-designer romano, diplomato presso l'Istituto Europeo di Design, indirizzo di grafica. In questi anni ho lavorato sia come impiegato presso diversi studi professionali, sia come free-lance. Dal 2011, inoltre, svolgo regolari docenze presso corsi di formazione professionale in grafica pubblicitaria.






